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un toro nelle mutande.

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The Family Tree - L’Albero Genio-Logico

 3,000 single pictures hanging from a maple tree tied with a red thread: this is The Family tree by Davide Bazzerla, now in Treviso

Treviso, December 20, 2012. Davide Bazzerla, designer and visual researcher, has created in Treviso his first Family Tree, an urban installation which celebrates the associative power of the images and reflects upon the relation between digital image and material content.

“I covered the whole tree, Bazzerla says, by 3,000 single pictures, all different and all in black and white, tied with a unique red thread. Those 3,000 pictures are the result of a one-year long visual research published on my Facebook profile and on my Tumblr. Each picture is linked to the following one by some association, evocation, some visual or oneiric resonance. They can be seen on the web following this linear narration. Here on the Family Tree they appear simultaneously as a cloud. They can be approached, browsed and also taken away. They don’t belong to me, I’m using them as signs for meanings, for creating a emotional language”.

The conceptual fil rouge on the virtual album is here an actual cotton red thread that ties around these cascades of pictures on each single branch of the tree. From a distance, the whole tree seems to be clothed by a texture of black and white paper leaves that softly vibrates at the least breath.

“Davide Bazzerla questions two main issues – says curator Giovanni Flore. One is how we experience the world of imagery on the web. We see, create, publish, post, manipulate, subvert, store thousands of images. This inflation makes our attention ephemeral and associative rather than cognitive. Back to paper is a way to fix that experience in a longer moment, giving strength to the material power of each single image. The second issue is about authorship. These pictures do not belong to the creator but also they lost their own authors or owners. They are in somebody else’s hands”.

All pictures are printed on recycled paper, black and with. The artwork is fully sustainable and the cotton red thread do not cause any harm to the tree. The Family Tree is the first of a series of installations of that kind in other urban locations. The exhibition is curated by Giovanni Flore in co-operation with Galleria XYZ, Musei Civici di Santa Caterina and Comune di Treviso.

The Family Tree by Davide Bazzerla is in Treviso, Piazza Botter. It will be visible until the end of December 2012.

CENSURATO da FB per aver pubblicato una foto di Steven Meisel con Madonna e Naomi Campbell in atteggiamento lascivo ed offensivo per il popolo di FB…

The family Tree (paper leaves of collective memory).


An urban installation by David Bazzerla, curated by Giovanni Flore in collaboration with XYZ Gallery, Treviso.
December 20th, 2012 (TBC, depending also on the weather)
Piazzetta Mario Botter – Treviso (in front of Musei Santa Caterina)



The family tree
A medium size single tree, bare and lonely. A wedge of nature stuck into the paving stones in Treviso historical centre.
3,000 leaves – 3,000 sheets of recycled paper – 3,000 pictures edited in black and white. They cover around the branches of the tree, they circle its base spiralling and coming up to the top.
These 3,000 images are the result of 1 year of my visual research activity. They can be visible online in their original order on my facebook profile, in the album called “Sciarada”. On the website, you can see them in their order. This will be completely subverted on this Family Tree. All pictures will be tied and pinned up onto the whole tree by a red thread, le fil rouge. Ce unique fil rouge, this single red thread will be fragmented and will drive users in uncountable different ways from before.

Join the family tree
I want to create an urban display, en plein air, using iconic or anonymous images – and their associative power, for completely covering, such as leaves in spring-time, a bare tree in town. This is offered to everyone. Everyone is allowed to look, find, search for and even take away those pictures he wants. Those he needs. Why? I want to work on the experience that exists between the mere vision and the act of deconstructing my art-piece. Those 3,000 images will travel away through users and viewers’ hands, they will convey new meanings and the tree will finally regain its original organic sleeping wintery status.
I aim to call to a reflection out of those images, as a whole collection and as single ones. This reflection will take place also when one will talk with an other one, creating ephemeral – although sometimes very strong relationships, designed by the associative powers of images.

The images
They are images that come either from all expressions of art or not – and have thousands of authors and owners. Well-known or unpublished, are represented here, edited in black and white and printed in low resolution. They process and testify the anonymity of pixels. These images are not mine, but I take them and manipulate them. Their original authorship can only be a question, not an answer.

let’s kiss.

blonde nuit.

blonde nuit.

biondo lana.

biondo lana.

- Ho solo cinquant’anni. Se smetto di fumare e bere, o piuttosto di bere e di fumare, potrei ancora scrivere un libro. Dei libri no, ma un libro solo forse sí. Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverá niente é un essere perduto, non ha fatto che passare sulla terra senza

 lasciare traccia – Agota Kristof ( Trilogia della cittá di K. )

Bb bbalbetto ddall’etá di 8 anni. Un trauma. Era d’estate. Un ragazzo molto piú grande di me, 17/18 anni, Sergio, mi costrinse ad un rapporto orale.
Sergio da quel che ricordo, era l’unica presenza maschile sotto i 20 anni che abitava nel condominio delle Ferrovie, i miei fratelli, gemelli, Diego e Gianmarco ne avevano già 21. I miei compagni di scuola, una classe maschile, abitavano tutti dall’altro lato del traforo, al Porto San Pancrazio. Dove si trovava la Scuola elementare.
I palazzi delle Ferrovie si trovano tutt’ora al margine estremo del quartiere di Porta Vescovo, a fianco della Stazione.
Non mi era sempre permesso di andare dall’altra parte. Mi potevo trattenere solamente quando, terminata la scuola, mi fermavo a casa di un compagno per fare i compiti.
I miei compagni di giochi erano soprattutto bambine. Alcune abitavano nel mio stesso condominio, altre nelle palazzine adiacenti. Era con loro che tutte le mattine andavo e ritornavo da Scuola. Facevamo gruppo ed attraversavamo il Buso del Gato fino ad arrivare nel quartiere di San Pancrazio e quindi alla Scuola. Non c’erano ancora le xenofobie leghiste, il traffico odierno e nessuna necessità di ronde padane, andavamo tranquillamente da soli senza nessun adulto con noi. Nessuno di noi ha mai avuto paura. Nessuno ci ha mai messo paura. Seguivamo le raccomandazioni dei nostri genitori e nessuno ci disturbava. Nessun uomo nero nel nostro percorso.

Con le mie amichette giocavamo perlopiù a mamme, a mestieri ed a campana. Giocavamo nel cortile del nostro palazzo, lungo i binari morti della Stazione, separati da questi da un rete e da una bassa palizzata di cemento che ogni tanto scavalcavamo, oppure nell`ampio deposito della Croce Rossa. Una delle bambine era figlia dei custodi. La Croce Rossa funzionava anche come magazzino di carta da riciclare e parcheggio di mezzi di trasporto in disuso. Vecchie ambulanze ed automobili degli anni ‘40 e ‘50 in totale abbandono. Avevamo libero accesso ad ogni deposito, ad ogni stanza dell’edificio ed all’ampio terreno circostante.

Quando giocavamo a mamme facevo a turno il ruolo di marito delle altre e quello di mamma single, con tanto di prole.

Quando invece giocavamo a mestieri il mio preferito era quello 
dell´editore/redattore di un giornale di attualità, moda, spettacolo e ricette di cucina. Prendevo i suggerimenti dall’enciclopedia della donna che mamma stava acquistando a rate. Poi, mi comportavo più o meno come faccio ora su Facebook. Ritagliavo le fotografie dai settimanali e dalle varie pubblicazioni che trovavo nel deposito della Croce Rossa o che giravano per casa. Sceglievo quelle che piú mi piacevano in quel momento e le incollavo su un quaderno seguendo un disegno ben preciso, l’argomento del giorno.
Scrivevo a mano le ricette di cucina. Per averle intervistavo le signore che abitavano nel palazzo e le arricchivo con fotografie di alcuni degli ingredienti
Ci infilavo spesso immagini di Raffaella Carrà, ne andavo pazzo. Le avevo anche scritto ed ottenuto in risposta per il mio compleanno, il 17 giugno, un giorno prima del suo, una foto autografata.

Avevo anche un cane, Jacky, un cocker spaniel fulvo ed a pelo riccio che zia Mariella, sorella di mamma, mi regalò per la Prima Comunione. Lei tenne il fratello, Wiskey, che morì purtroppo dopo pochi mesi di cimurro.

Sergio giocava spesso con me e Jacky. 
Una volta facendo il gioco del cannone mi fratturó il polso sinistro.
Lui si sdraiava a terra, sul prato, con le gambe flesse in alto. Mi faceva sedere sulla pianta dei suoi piedi e boom, mi sparava lontano come fossi una palla di cannone. Un giorno nell’atterrare piegai il polso e me lo ruppi. Mi ricordo un dolore terribile. Ma ricordo anche che non piansi quando l’ortopedico lo ricompose. Mi uscì solamente una lacrima. Il medico si congratuló con me e con mio padre che mi aveva accompagnato in ospedale.
Con tanto di gesso e fasciatura partii per un campo estivo. Il grest. Utilizzavo la fasciatura per nascondere e poi buttare nel giardino il cibo disgustoso della mensa che le suore ci obbligavano a mangiare. Una volta nel cercare di lanciare gli avanzi oltre la rete di recinzione, per non destare sospetti, una fetta di mortadella si incastró sulla cima piú alta. Una suora se ne accorse. Non mi fecero piú alzare da tavola se prima non avessi terminato per davvero il pranzo. Per fortuna duró ancora pochi giorni.

Era tardo pomeriggio, poco prima di cena. Sergio, che conosceva la mia passione e curiositá per gli animali, mi invitó ad andare a vedere la tana di un animale selvatico, un coniglio rosa, che si trovava nel campo retrostante il deposito della Croce Rossa. Mi disse che non ne avrei dovuto parlarne con nessuno, che sarebbe stato il nostro segreto. Che il coniglio si faceva vedere di rado. Ma lui sapeva come fare per farlo uscire dalla tana. Mi fece giurare di non parlarne mai. Lo feci senza alcun problema e lo seguii. Arrivammo sul margine estremo del campo, in prossimità delle rotaie che collegavano in passato la Stazione di Porta Vescovo con la Caserma Passalacqua che si trovava all’interno delle Mura della città. Sergio mi bendó, mi fece voltare e mi disse di aspettare. Non potevo vedere dove fosse situata esattamente la tana. Mentre stava alle mie spalle sentivo degli strani movimenti, cercava di afferrare l’animale. Dopo averlo catturato mi disse di aprire le labbra. disse che il coniglio rosa sarebbe entrato nella mia bocca, che non avrei dovuto chiuderla per nessun motivo fino a che il coniglio non ci avesse sputato dentro. Per sugellare, mi disse, la nostra amicizia.

Quando mi afferrò per la nuca ed infilò il suo cazzo nella mia bocca, capii immediatamente che non si trattava del coniglio rosa. Mi divincolai e riuscii a scappare. Correndo verso casa. Impiegó un pó prima di inseguirmi, immagino si dovette rivestire. Questo mi permise di avere un discreto vantaggio. Correvo trattenendo il fiato per non sprecare energie. Non mi sono mai voltato. Lui mi urlava dietro che se ne avessi parlato a qualcuno mi avrebbe ammazzato.

Arrivai a casa. Tutti i componenti della mia famiglia erano giá seduti a tavola per la cena. Mi sgridarono per il ritardo e le condizioni in cui ero ritornato. I miei fratelli cercarono anche di darmi qualche schiaffo ma Jacky si mise di mezzo per proteggermi ringhiando ed abbaiando contro di loro. Mi sedetti a tavola cercando di raccontare cosa fosse successo. E lo vidi. Sergio. Alla finestra della nostra cucina. Abitavamo al piano rialzato, facile arrampicarsi. Sergio mi fece il segno del coltello che taglia la gola.
Non ne parlai più con la mia famiglia. Non ne parlai mai piú con nessuno. Avevo giurato. Dimenticai tutto. Per molti anni ancora. 

Il rientro a scuola fu traumatico. Non potevo essere più l’oratore prediletto dal maestro. Non riuscivo più a parlare di fronte ai miei compagni. Durante i precedenti anni di scuola mi aveva sempre fatto leggere ad alta voce in classe, avevo un discreto talento interpretativo. Mi lasciava anche fare le imitazioni, mettendomi alla cattedra. Patty Pravo era la mia favorita. Tutt’al più, il mio cavallo di battaglia. I gotcha di Joe Tex, il mio balletto preferito.

Per diversi anni incolpai mio padre per la balbuzie. In quel periodo i miei genitori si stavano separando. L’anno seguente, difatti, mamma, io e mia sorella Stefania, ci trasferimmo in un altro appartamento, non molto distante dai condomini delle Ferrovie. Terribile. Mio padre non ci lasciava in pace un solo giorno. Era violento. Non ha mai alzato le mani verso di noi, non ricordo alcun contatto fisico con lui. Nessuno schiaffo. Nessuna carezza. Manifestava la sua rabbia distruggendo settimanalmente il bar che mamma gestiva.
Arrivava verso l’orario di chiusura che era già alticcio. Soffrendo di diabete gli erano sufficienti un paio di calici di vino per andare fuori di testa. Spaccava tutto. Bicchieri, bottiglie di liquore, sedie. Quasi mai nessuno interveniva per fermarlo. Non si fermava. Mamma quindi chiudeva il bar e ritornava a casa. Lui la inseguiva ed iniziava la tortura notturna. Era capace di rimanere attaccato al campanello l’intera notte. Mamma staccava sempre la cornetta del citofono per riuscire a dormire. Il ronzio muto si sentiva comunque. Entrava nel cervello. Ogni mattina mamma trovava appeso alla serranda del bar un biglietto con offese volgari, minacce. Il giorno del suo compleanno, il 13 luglio, trovò un biglietto con su scritto: oggi, nel giorno del tuo compleanno, auguro a te ed alla troia di tua figlia di morire. Per anni lo abbiamo conservato, era doloroso rileggerlo e vedere che non era stato un brutto incubo.
Stefania, mia sorella, era ovviamente totalmente schierata dalla parte di mamma. I miei fratelli non presero mai una posizione netta. Avevano già la loro vita.
Una sera ero anche io nel locale quando lui arrivò completamente ubriaco. Iniziò con l’accusare i pochi clienti presenti e che diminuivano giorno dopo giorno, di essere tutti amanti di mamma. Distrusse l’intero bar, tutto quel che gli capitava sotto tiro, per poi crollare, sfinito, su una delle poche sedie rimaste. A quel punto ero talmente esasperato che iniziai a sferrargli una serie di calci sugli stinchi. Avevo solo 9 anni ma indossavo un paio di zoccoli. Devo avergli fatto un gran male. Se ne andò zoppicando. Il giorno seguente l’intero circondario conosceva la sua versione dell’accaduto: mamma ed il suo amante gli avevano teso un agguato e lo avevano preso a bastonate.
Mamma non ebbe alcuna relazione con altri uomini. Né allora. Né in seguito. Nessuno più, all’infuori di lui.

Non ho più rivisto Sergio dopo quell’episodio. Non subito dopo almeno. Lo incontrai dieci anni più tardi alla fermata dell’autobus. Gli sorrisi. Se ne andò. Lui e la sua famiglia si trasferirono prima di noi, qualche settimana dopo l’accaduto. La polizia scoprì che la madre di Sergio teneva segregato da sempre un fratello con problemi psichici.

Moltissimi anni più tardi tornai sul luogo del delitto, nel frattempo mi ero trasferito a Roma già da tempo, scoprii che proprio di fronte, a pochi metri dalla tana del coniglio rosa, avevano aperto un ritrovo gay, il Romeo’s, con annessa sauna e sexy shop. Mi sono sentito come Bernadette, avevano aperto un tempio in mio onore. Non avevo visto Dio, ma conosciuto il Dio serpente. 
La sera andai al Romeo’s, il locale era semi deserto, dopo un paio di drinks raccontai al barman quello che mi era accaduto da bambino. Mi ascoltava e guardava come se fossi pazzo ed ubriaco.

Non ho mai incolpato Sergio. Il colpevole ero io. Era già successo in precedenza. 
Era già successo un paio di volte che sull’autobus qualche signore mi avesse toccato il culetto, rovistandomi dietro. Una volta, allo stadio, in piedi sulle gradinate, un uomo alle mie spalle strusciò il suo basso ventre sulla mia nuca per tutta la durata della partita. Sentivo la sua erezione. Non mi scansavo mai, mi piaceva. 
Anche il maestro lo faceva. Mi ricordo un periodo in cui, d’accordo con mamma, veniva a prendermi a casa per accompagnarmi alla nuova Scuola. Sebbene ci fossimo trasferiti a poche centinaia di metri dal palazzo delle Ferrovie, la Scuola di appartenenza era cambiata. Il Maestro non aveva avvertito mamma che avrebbe dovuto fare una richiesta particolare che mi avrebbe permesso di terminare le elementari al Porto San Pancrazio. Il Maestro si offrì di accompagnarmi sino a che non fossero stati pronti i documenti che mi avrebbero permesso di ritornare nella classe precedente, per non aggiungere trauma su trauma 
( la separazione tra i miei genitori era nel pieno culmine, il trasloco nel nuovo appartamento ci aveva anche costretto a cedere Jacky ad un amico di zio, che abitava in campagna, il regolamento del condominio non permetteva il possesso di animali. Un dolore incomprensibile. Poco dopo il regolamento cambiò, quando altre famiglie con cane si trasferirono nel nuovo condominio. Jacky nel frattempo era morto, per una polpetta avvelenata).

Il Maestro mi faceva sedere sulle sue ginocchia. Sia mentre guidava, sia quando ogni tanto si fermava nel viale che conduceva alla nuova Scuola. Mi accarezzava. Sentivo il suo ventre crescere dietro di me. Sentivo il suo calore. Mi piaceva. Mi tranquillizzava.
how wonderful leif is?

how wonderful leif is?

it’s a wonderful life.

il rompiballe.

il rompiballe.

shake shake shake.

wake up, honey.

wake up, honey.

Taste of honey.

Taste of honey.