- Ho solo cinquant’anni. Se smetto di fumare e bere, o piuttosto di bere e di fumare, potrei ancora scrivere un libro. Dei libri no, ma un libro solo forse sí. Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverá niente é un essere perduto, non ha fatto che passare sulla terra senza
lasciare traccia – Agota Kristof ( Trilogia della cittá di K. )
Bb bbalbetto ddall’etá di 8 anni. Un trauma. Era d’estate. Un ragazzo molto piú grande di me, 17/18 anni, Sergio, mi costrinse ad un rapporto orale.
Sergio da quel che ricordo, era l’unica presenza maschile sotto i 20 anni che abitava nel condominio delle Ferrovie, i miei fratelli, gemelli, Diego e Gianmarco ne avevano già 21. I miei compagni di scuola, una classe maschile, abitavano tutti dall’altro lato del traforo, al Porto San Pancrazio. Dove si trovava la Scuola elementare.
I palazzi delle Ferrovie si trovano tutt’ora al margine estremo del quartiere di Porta Vescovo, a fianco della Stazione.
Non mi era sempre permesso di andare dall’altra parte. Mi potevo trattenere solamente quando, terminata la scuola, mi fermavo a casa di un compagno per fare i compiti.
I miei compagni di giochi erano soprattutto bambine. Alcune abitavano nel mio stesso condominio, altre nelle palazzine adiacenti. Era con loro che tutte le mattine andavo e ritornavo da Scuola. Facevamo gruppo ed attraversavamo il Buso del Gato fino ad arrivare nel quartiere di San Pancrazio e quindi alla Scuola. Non c’erano ancora le xenofobie leghiste, il traffico odierno e nessuna necessità di ronde padane, andavamo tranquillamente da soli senza nessun adulto con noi. Nessuno di noi ha mai avuto paura. Nessuno ci ha mai messo paura. Seguivamo le raccomandazioni dei nostri genitori e nessuno ci disturbava. Nessun uomo nero nel nostro percorso.
Con le mie amichette giocavamo perlopiù a mamme, a mestieri ed a campana. Giocavamo nel cortile del nostro palazzo, lungo i binari morti della Stazione, separati da questi da un rete e da una bassa palizzata di cemento che ogni tanto scavalcavamo, oppure nell`ampio deposito della Croce Rossa. Una delle bambine era figlia dei custodi. La Croce Rossa funzionava anche come magazzino di carta da riciclare e parcheggio di mezzi di trasporto in disuso. Vecchie ambulanze ed automobili degli anni ‘40 e ‘50 in totale abbandono. Avevamo libero accesso ad ogni deposito, ad ogni stanza dell’edificio ed all’ampio terreno circostante.
Quando giocavamo a mamme facevo a turno il ruolo di marito delle altre e quello di mamma single, con tanto di prole.
Quando invece giocavamo a mestieri il mio preferito era quello
dell´editore/redattore di un giornale di attualità, moda, spettacolo e ricette di cucina. Prendevo i suggerimenti dall’enciclopedia della donna che mamma stava acquistando a rate. Poi, mi comportavo più o meno come faccio ora su Facebook. Ritagliavo le fotografie dai settimanali e dalle varie pubblicazioni che trovavo nel deposito della Croce Rossa o che giravano per casa. Sceglievo quelle che piú mi piacevano in quel momento e le incollavo su un quaderno seguendo un disegno ben preciso, l’argomento del giorno.
Scrivevo a mano le ricette di cucina. Per averle intervistavo le signore che abitavano nel palazzo e le arricchivo con fotografie di alcuni degli ingredienti
Ci infilavo spesso immagini di Raffaella Carrà, ne andavo pazzo. Le avevo anche scritto ed ottenuto in risposta per il mio compleanno, il 17 giugno, un giorno prima del suo, una foto autografata.
Avevo anche un cane, Jacky, un cocker spaniel fulvo ed a pelo riccio che zia Mariella, sorella di mamma, mi regalò per la Prima Comunione. Lei tenne il fratello, Wiskey, che morì purtroppo dopo pochi mesi di cimurro.
Sergio giocava spesso con me e Jacky.
Una volta facendo il gioco del cannone mi fratturó il polso sinistro.
Lui si sdraiava a terra, sul prato, con le gambe flesse in alto. Mi faceva sedere sulla pianta dei suoi piedi e boom, mi sparava lontano come fossi una palla di cannone. Un giorno nell’atterrare piegai il polso e me lo ruppi. Mi ricordo un dolore terribile. Ma ricordo anche che non piansi quando l’ortopedico lo ricompose. Mi uscì solamente una lacrima. Il medico si congratuló con me e con mio padre che mi aveva accompagnato in ospedale.
Con tanto di gesso e fasciatura partii per un campo estivo. Il grest. Utilizzavo la fasciatura per nascondere e poi buttare nel giardino il cibo disgustoso della mensa che le suore ci obbligavano a mangiare. Una volta nel cercare di lanciare gli avanzi oltre la rete di recinzione, per non destare sospetti, una fetta di mortadella si incastró sulla cima piú alta. Una suora se ne accorse. Non mi fecero piú alzare da tavola se prima non avessi terminato per davvero il pranzo. Per fortuna duró ancora pochi giorni.
Era tardo pomeriggio, poco prima di cena. Sergio, che conosceva la mia passione e curiositá per gli animali, mi invitó ad andare a vedere la tana di un animale selvatico, un coniglio rosa, che si trovava nel campo retrostante il deposito della Croce Rossa. Mi disse che non ne avrei dovuto parlarne con nessuno, che sarebbe stato il nostro segreto. Che il coniglio si faceva vedere di rado. Ma lui sapeva come fare per farlo uscire dalla tana. Mi fece giurare di non parlarne mai. Lo feci senza alcun problema e lo seguii. Arrivammo sul margine estremo del campo, in prossimità delle rotaie che collegavano in passato la Stazione di Porta Vescovo con la Caserma Passalacqua che si trovava all’interno delle Mura della città. Sergio mi bendó, mi fece voltare e mi disse di aspettare. Non potevo vedere dove fosse situata esattamente la tana. Mentre stava alle mie spalle sentivo degli strani movimenti, cercava di afferrare l’animale. Dopo averlo catturato mi disse di aprire le labbra. disse che il coniglio rosa sarebbe entrato nella mia bocca, che non avrei dovuto chiuderla per nessun motivo fino a che il coniglio non ci avesse sputato dentro. Per sugellare, mi disse, la nostra amicizia.
Quando mi afferrò per la nuca ed infilò il suo cazzo nella mia bocca, capii immediatamente che non si trattava del coniglio rosa. Mi divincolai e riuscii a scappare. Correndo verso casa. Impiegó un pó prima di inseguirmi, immagino si dovette rivestire. Questo mi permise di avere un discreto vantaggio. Correvo trattenendo il fiato per non sprecare energie. Non mi sono mai voltato. Lui mi urlava dietro che se ne avessi parlato a qualcuno mi avrebbe ammazzato.
Arrivai a casa. Tutti i componenti della mia famiglia erano giá seduti a tavola per la cena. Mi sgridarono per il ritardo e le condizioni in cui ero ritornato. I miei fratelli cercarono anche di darmi qualche schiaffo ma Jacky si mise di mezzo per proteggermi ringhiando ed abbaiando contro di loro. Mi sedetti a tavola cercando di raccontare cosa fosse successo. E lo vidi. Sergio. Alla finestra della nostra cucina. Abitavamo al piano rialzato, facile arrampicarsi. Sergio mi fece il segno del coltello che taglia la gola.
Non ne parlai più con la mia famiglia. Non ne parlai mai piú con nessuno. Avevo giurato. Dimenticai tutto. Per molti anni ancora.
Il rientro a scuola fu traumatico. Non potevo essere più l’oratore prediletto dal maestro. Non riuscivo più a parlare di fronte ai miei compagni. Durante i precedenti anni di scuola mi aveva sempre fatto leggere ad alta voce in classe, avevo un discreto talento interpretativo. Mi lasciava anche fare le imitazioni, mettendomi alla cattedra. Patty Pravo era la mia favorita. Tutt’al più, il mio cavallo di battaglia. I gotcha di Joe Tex, il mio balletto preferito.
Per diversi anni incolpai mio padre per la balbuzie. In quel periodo i miei genitori si stavano separando. L’anno seguente, difatti, mamma, io e mia sorella Stefania, ci trasferimmo in un altro appartamento, non molto distante dai condomini delle Ferrovie. Terribile. Mio padre non ci lasciava in pace un solo giorno. Era violento. Non ha mai alzato le mani verso di noi, non ricordo alcun contatto fisico con lui. Nessuno schiaffo. Nessuna carezza. Manifestava la sua rabbia distruggendo settimanalmente il bar che mamma gestiva.
Arrivava verso l’orario di chiusura che era già alticcio. Soffrendo di diabete gli erano sufficienti un paio di calici di vino per andare fuori di testa. Spaccava tutto. Bicchieri, bottiglie di liquore, sedie. Quasi mai nessuno interveniva per fermarlo. Non si fermava. Mamma quindi chiudeva il bar e ritornava a casa. Lui la inseguiva ed iniziava la tortura notturna. Era capace di rimanere attaccato al campanello l’intera notte. Mamma staccava sempre la cornetta del citofono per riuscire a dormire. Il ronzio muto si sentiva comunque. Entrava nel cervello. Ogni mattina mamma trovava appeso alla serranda del bar un biglietto con offese volgari, minacce. Il giorno del suo compleanno, il 13 luglio, trovò un biglietto con su scritto: oggi, nel giorno del tuo compleanno, auguro a te ed alla troia di tua figlia di morire. Per anni lo abbiamo conservato, era doloroso rileggerlo e vedere che non era stato un brutto incubo.
Stefania, mia sorella, era ovviamente totalmente schierata dalla parte di mamma. I miei fratelli non presero mai una posizione netta. Avevano già la loro vita.
Una sera ero anche io nel locale quando lui arrivò completamente ubriaco. Iniziò con l’accusare i pochi clienti presenti e che diminuivano giorno dopo giorno, di essere tutti amanti di mamma. Distrusse l’intero bar, tutto quel che gli capitava sotto tiro, per poi crollare, sfinito, su una delle poche sedie rimaste. A quel punto ero talmente esasperato che iniziai a sferrargli una serie di calci sugli stinchi. Avevo solo 9 anni ma indossavo un paio di zoccoli. Devo avergli fatto un gran male. Se ne andò zoppicando. Il giorno seguente l’intero circondario conosceva la sua versione dell’accaduto: mamma ed il suo amante gli avevano teso un agguato e lo avevano preso a bastonate.
Mamma non ebbe alcuna relazione con altri uomini. Né allora. Né in seguito. Nessuno più, all’infuori di lui.
Non ho più rivisto Sergio dopo quell’episodio. Non subito dopo almeno. Lo incontrai dieci anni più tardi alla fermata dell’autobus. Gli sorrisi. Se ne andò. Lui e la sua famiglia si trasferirono prima di noi, qualche settimana dopo l’accaduto. La polizia scoprì che la madre di Sergio teneva segregato da sempre un fratello con problemi psichici.
Moltissimi anni più tardi tornai sul luogo del delitto, nel frattempo mi ero trasferito a Roma già da tempo, scoprii che proprio di fronte, a pochi metri dalla tana del coniglio rosa, avevano aperto un ritrovo gay, il Romeo’s, con annessa sauna e sexy shop. Mi sono sentito come Bernadette, avevano aperto un tempio in mio onore. Non avevo visto Dio, ma conosciuto il Dio serpente.
La sera andai al Romeo’s, il locale era semi deserto, dopo un paio di drinks raccontai al barman quello che mi era accaduto da bambino. Mi ascoltava e guardava come se fossi pazzo ed ubriaco.
Non ho mai incolpato Sergio. Il colpevole ero io. Era già successo in precedenza.
Era già successo un paio di volte che sull’autobus qualche signore mi avesse toccato il culetto, rovistandomi dietro. Una volta, allo stadio, in piedi sulle gradinate, un uomo alle mie spalle strusciò il suo basso ventre sulla mia nuca per tutta la durata della partita. Sentivo la sua erezione. Non mi scansavo mai, mi piaceva.
Anche il maestro lo faceva. Mi ricordo un periodo in cui, d’accordo con mamma, veniva a prendermi a casa per accompagnarmi alla nuova Scuola. Sebbene ci fossimo trasferiti a poche centinaia di metri dal palazzo delle Ferrovie, la Scuola di appartenenza era cambiata. Il Maestro non aveva avvertito mamma che avrebbe dovuto fare una richiesta particolare che mi avrebbe permesso di terminare le elementari al Porto San Pancrazio. Il Maestro si offrì di accompagnarmi sino a che non fossero stati pronti i documenti che mi avrebbero permesso di ritornare nella classe precedente, per non aggiungere trauma su trauma
( la separazione tra i miei genitori era nel pieno culmine, il trasloco nel nuovo appartamento ci aveva anche costretto a cedere Jacky ad un amico di zio, che abitava in campagna, il regolamento del condominio non permetteva il possesso di animali. Un dolore incomprensibile. Poco dopo il regolamento cambiò, quando altre famiglie con cane si trasferirono nel nuovo condominio. Jacky nel frattempo era morto, per una polpetta avvelenata).
Il Maestro mi faceva sedere sulle sue ginocchia. Sia mentre guidava, sia quando ogni tanto si fermava nel viale che conduceva alla nuova Scuola. Mi accarezzava. Sentivo il suo ventre crescere dietro di me. Sentivo il suo calore. Mi piaceva. Mi tranquillizzava.